I boschi delletà del Bronzo: il polline rivela i cicli di taglio e rigenerazione già 3.500 anni fa

Come venivano gestiti i boschi della Pianura Padana 3.500 anni fa? A rispondere è uno studio coordinato dalle professoresse Anna Maria Mercuri e Assunta Florenzano dellUniversità di Modena e Reggio Emilia, pubblicato sulla rivista scientifica Nature Plants. Attraverso lanalisi del polline fossile conservato nei depositi archeologici delle Terramare, la ricerca ricostruisce le trasformazioni della vegetazione durante letà del Bronzo, individuando cicli ricorrenti di variazione nella presenza delle principali specie arboree, compatibili con pratiche di taglio e rigenerazione dei boschi.
Alla ricerca hanno partecipato Eleonora Clò, Jessica Zappa e Giovanna Bosi (Università di Modena e Reggio Emilia), Andrea Zerboni e Mauro Cremaschi (Università degli Studi di Milano), Mauro Rottoli (Musei Civici di Como) e Andrea Cardarelli (Sapienza Università di Roma). I risultati sono stati approfonditi anche in un Research Briefing pubblicato dalla stessa rivista.
Tra circa 3.600 e 3.170 anni fa, le comunità delletà del Bronzo svilupparono nella Pianura Padana un articolato sistema di insediamenti e paesaggi agrari, integrando coltivazioni, allevamento e sfruttamento delle risorse forestali e idriche. Le indagini archeologiche e geoarcheologiche condotte nei siti di Santa Rosa di Poviglio e Montale hanno restituito sequenze stratigrafiche particolarmente dettagliate, che consentono di ricostruire le trasformazioni ambientali e le attività umane con una risoluzione temporale di pochi decenni.
La chiave della scoperta è il polline fossile. Analizzando i depositi archeologici, i ricercatori hanno osservato variazioni ricorrenti nella presenza di diverse specie arboree, tra cui querce, carpini, frassini, olmi e salici. Le oscillazioni rilevate suggeriscono dinamiche di sfruttamento e ricrescita della vegetazione, compatibili con forme di gestione intenzionale dei boschi. La quercia, in particolare, rappresentava una risorsa essenziale per la costruzione dei villaggi e per le attività domestiche.
«Attraverso lanalisi ad alta risoluzione del polline fossile conservato nei depositi archeologici di Santa Rosa di Poviglio e Montale spiega Assunta Florenzano, di Unimore abbiamo ricostruito le trasformazioni della vegetazione con un dettaglio temporale eccezionale, individuando oscillazioni ricorrenti nella presenza di querce, carpini, frassini, olmi e salici, compatibili con cicli ripetuti di taglio selettivo e ricrescita degli alberi».
La ricerca si inserisce in oltre trentanni di studi interdisciplinari sulle Terramare, che hanno coinvolto ricercatori e specialisti di diverse discipline per ricostruire lorganizzazione degli insediamenti, lo sfruttamento delle risorse e le trasformazioni ambientali della Pianura Padana durante letà del Bronzo.
«Le indagini archeologiche condotte per oltre 40 anni in un sito eccezionale come la Terramara Santa Rosa di Poviglio spiega Andrea Zerboni dellUniversità di Milano hanno permesso di capire come già nelletà del Bronzo ci fosse una straordinaria capacità nellutilizzo sostenibile delle risorse naturali, delle foreste così come delle acque e del suolo; la civiltà terramaricola dimostra ancora una volta di rappresentare appieno le radici della vocazione agricola della Pianura Padana».
I risultati suggeriscono che le comunità delle Terramare adottassero pratiche di gestione forestale potenzialmente assimilabili al governo a ceduo, una tecnica che prevede il taglio degli alberi e la successiva ricrescita dei polloni. Queste pratiche avrebbero consentito di assicurare lapprovvigionamento di legname, favorendo al tempo stesso la rigenerazione della vegetazione.
Sebbene la ricerca prenda avvio da contesti archeologici, i suoi risultati offrono indicazioni rilevanti anche per lecologia delle piante e lo studio della rigenerazione forestale. Lintegrazione tra dati pollinici, archeologici e geoarcheologici permette infatti di ricostruire dinamiche difficilmente riconoscibili attraverso le sole osservazioni degli ecosistemi attuali. Conoscere la storia ecologica dei territori può contribuire a comprendere meglio la biodiversità presente e a orientare le strategie di conservazione e ripristino.
«Queste conoscenze conclude Anna Maria Mercuri, di Unimore cambiano profondamente il modo in cui interpretiamo la biodiversità attuale e possono orientare le strategie di conservazione e ripristino verso scelte più consapevoli della storia ecologica dei territori e, proprio per questo, più sostenibili».
Immagine:
Terramara Santa Rosa di Poviglio (Reggio Emilia): Area di scavo della stagione 2022 con numerose strutture indagate, alcune delle quali legate alla gestione delle risorse idriche.
Articolo pubblicato da: Ufficio Stampa Unimore - ufficiostampa@unimore.it il 27/10/2026
